Qual è la verità sull’olio di palma?

Tutti ne parlano e tutti ne scrivono. È  impossibile navigare nel web senza incappare almeno una volta in un articolo che si proponga di aprire gli occhi sull’olio di palma. Perché?

Proviamo a fare un po’ di chiarezza fra tutte le informazioni, più o meno vere, che ci investono ogni giorno.

L’olio di palma si ricava dalla polpa rossa del frutto della palma da olio ed è solido a temperatura ambiente.

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È composto per circa il 50% di acidi grassi saturi (quantità comunque limitata se paragonata a quella contenuta in altri oli vegetali tropicali, come l’olio di cocco, che ne è composto per il 90% circa) ricavato dalla polpa del frutto e olio di palmisto ricavato dai semi.

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Quando è grezzo è di colore rossastro e ricco di betacarotene (precursore della vitamina A), coenzima Q10 (una molecola biologica importante per il funzionamento del nostro organismo, presente nelle membrane cellulari e soprattutto nei mitocondri dove è coinvolto nella produzione di energia) e di vitamina E. Purtroppo, però, queste sostanze molto importanti per la salute dell’uomo vengono perse durante i processi di raffinazione che lo rendono bianco e liquido.

L’olio di palma è un elemento comune delle cucine dell’Africa tropicale, del sud-est Asiatico e di alcune zone del Brasile. Tuttavia, anche se in queste zone si sta incrementando la frequenza di malattie cardiovascolari nella popolazione, non ci sono evidenze che questo cambiamento sia davvero legato al consumo di olio di palma.

Il sempre crescente utilizzo di quest’olio nell’industria alimentare dei paesi occidentali è legato non a una questione di miglioramento della qualità dei prodotti, ma al risparmio dato dal prezzo dell’olio di palma, decisamente inferiore rispetto alle possibili alternative quali il burro, il lardo o altri oli vegetali.

La comunità scientifica si trova divisa sul fronte dell’olio di palma: alcuni ricercatori, principalmente da Malesia e Indonesia (i due maggiori produttori dell’olio), affermano che non sia dannoso per la salute ed evidenziano come esso sia, nella preparazione industriale di prodotti da forno, un’alternativa più sana rispetto ai grassi idrogenati .

Uno studio comparativo condotto in Australia nel 1995 ha mostrato che alla fine dell’esperimento i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue degli individui alimentati con una dieta a base di olio di palma e di quelli con una dieta a base di olio di oliva erano uguali.

Un altro studio malesiano (1991) condotto per comparare gli effetti di diete contenenti olio di palma, olio di semi di mais e olio di cocco ha mostrato che l’olio di cocco aveva alzato i livelli di colesterolo degli individui studiati di minimo il 10% mentre gli altri due oli lo avevano abbassato rispettivamente del 19% e del 36%.

Allo stesso tempo molti studiosi, supportati da un numero maggiore di ricerche, affermano, invece, che l’utilizzo dell’olio di palma sia correlato a possibili problemi cardiaci.

Ad esempio, uno studio condotto da ricercatori inglesi (1997) basato su 134 esperimenti anche su esseri umani, ha stabilito un collegamento tra l’incremento del livello di colesterolo nel sangue e l’acido palmizio, che compone il 44% dell’olio di palma.

Un’altra analisi, condotta nel 2011 in 23 paesi, ha dimostrato che per ogni chilogrammo di olio di palma aggiunto annualmente alla dieta coincide un incremento del tasso di mortalità per ischemia cardiaca. Quest’ultimo studio ha anche preso in considerazione gli altri grassi presenti nella dieta dei soggetti presi in esame (uno dei maggiori argomenti dei difensori dell’olio di palma è proprio che un tale incremento del colesterolo non possa essere attribuito ad un solo tipo di grasso), ma è risultato che gli effetti negativi dell’olio di palma persistono indipendentemente dalle altre tipologie di altri grassi consumate.

Quindi?

Sembra innegabile che, per quanto non sia certo la sostanza peggiore che introduciamo nel nostro organismo, sia preferibile limitarne il consumo giornaliero. Questo non solo per l’impatto sulla nostra salute, ma anche per il forte effetto negativo che ha sull’ambiente, tema di cui spesso ci si dimentica quando si discute l’argomento.

Insieme all’industria del legno, quella dell’olio di palma, infatti, è la maggiore responsabile della deforestazione nel sud-est asiatico. Solo tra il 2000 ed il 2012 l’Indonesia ha perso 6,02 milioni di ettari di foresta tropicale (60.000 chilometri quadrati), un’area grande all’incirca come la superficie dell’intera Irlanda.

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Questo, oltre a causare la perdita degli habitat naturali di animali quali i pongo (un genere di primati di cui fanno parte gli oranghi) e le tigri di Sumatra, ha anche reso l’Indonesia il terzo maggior responsabile dell’emissione di gas serra, subito dopo Stati Uniti e Cina. L’effetto serra, infatti, è un fenomeno determinato dall’eccessiva concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre e la deforestazione ne riduce enormemente la capacità di assorbimento naturale, accelerando il conseguente riscaldamento climatico.

Pur migliorando statisticamente la qualità della vita delle popolazioni residenti vicino alle piantagioni, offrendo lavoro e diminuendo la povertà, la deforestazione ha un impatto sulla natura che non possiamo ignorare. Alla diffusione di piantagioni di olio di palma si stanno opponendo, infatti, organizzazioni per l’ambiente quali Greenpeace e Friends of the Earth.

Per quanto sia ancora un argomento controverso, sembra proprio che gli svantaggi dell’utilizzo di olio di palma nell’industria alimentare superino di gran lunga i vantaggi. Sarebbe quindi consigliabile cercare di evitarne il più possibile il consumo, impresa comunque piuttosto ardua considerando che esso si trova nella grande maggioranza dei prodotti preconfezionati che compriamo ogni giorno. La soluzione più facile, nonché la più ovvia, è certamente cercare di preferire sempre prodotti da forno fatti in casa rispetto alle alternative industriali dei supermercati e, in mancanza di altre possibilità, consumarne quantità limitate (decisione saggia non solo in relazione all’olio di palma ma anche a tutte le altre sostanze dannose che contengono coloranti, conservanti ecc…).

Che ne pensate? Fateci sapere inviandoci i vostri commenti!

Gloria Cracolici e Lara Nerti

 

Per saperne di più:

http://www.greenpeace.org/international/en/news/features/palm-oil_cooking-the-climate/

http://green.blogs.nytimes.com/2012/05/01/a-grim-portrait-of-palm-oil-emissions/?_r=0

https://en.wikipedia.org/wiki/Palm_oil

http://www.cspinet.org/new/pdf/palm_oil_final_5-27-05.pdf

http://www.nutrizionistafinaldi.it/it/articoli-nutrizione/attivita-articoli/palma-palmisto-palmitico

http://www.who.int/dietphysicalactivity/media/en/gsfao_cmo_068.pdf

-http://alimentazionebambini.e-coop.it/stili-di-vita/grassi-tropicali-olio-di-palma-olio-di-palmisto-olio-di-cocco/

http://www.eufic.org/page/it/page/FAQ/faqid/question-answer-palm-oil/

 

 

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CARPE SCIENTIAM

Ecco a voi il concorso fotografico “CARPE SCIENTIAM”!

Inviateci le vostre foto a tema scientifico e le pubblicheremo sulla copertina della rivista!
Forza ragazzi! Armatevi di fotocamera e via con gli scatti!

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La robotica

Il 4 Dicembre 2015 ci siamo recati presso i laboratori del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università degli Studi di Parma dove abbiamo potuto intervistare Dario Lodi Rizzini, ricercatore nell’ambito robotico. Qui il Professor Rizzini ci ha mostrato un prototipo di manipolatore o “braccio robotico” dotato di sensori come il Microsoft KinectTM in grado di percepire oggetti sulla scena e alcuni droni usati a fini di ricerca e ci ha raccontato anche dei vari premi vinti dall’Università in competizioni annuali del settore.

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Al momento su cosa si basa la vostra ricerca e fin dove siete arrivati a livello pratico?

Uno degli ultimi progetti su cui abbiamo lavorato riguarda la navigazione e localizzazione di mezzi autonomi industriali come i carrelli automatici presenti nel magazzino di BarillaTM tramite sensori a tecnologia laser. Tali mezzi sono in grado di riconoscere percorsi e ostacoli e comportarsi di conseguenza. In più, attualmente stiamo partecipando ad un progetto di robotica sottomarina, dove collaboriamo come esperti di sistemi di visione di veicoli manipolatori per lavori subacquei.  

Quali sono i vostri obiettivi futuri?

Uno degli ultimi progetti ha riguardato proprio la guida automatica, ma il nostro obiettivo oltre la ricerca in sé è quello di dare un contributo all’automazione in due modi, ossia indirettamente attraverso la formazione degli studenti che saranno gli sviluppatori di sistemi industriali di domani e direttamente contribuendo all’introduzione di dispositivi intelligenti e con un maggior grado di autonomia, che possano essere d’aiuto e non di sostituzione all’uomo. Altri laboratori nel mondo hanno, invece, una visione un po’ più “estrema” dell’automazione, come ad esempio i robot umanoidi ”geminoidi” sviluppati in Giappone, mentre noi puntiamo a dispositivi di assistenza nell’ambito industriale o addirittura anche psicologico, come in una delle ultime collaborazioni in cui abbiamo studiato l’utilizzo di robot dotati di un certo grado di intelligenza per creare un contatto con pazienti in terapia affetti da vari tipi di sindromi o disturbi.

Secondo lei questo continuo avanzamento tecnologico nella robotica che effetti avrà sull’uomo?

Al riguardo si possono dire sia cose positive che negative. Alcuni magazine del settore si sono posti il problema e hanno analizzato, ad esempio, la possibile riduzione di posti di lavoro in quanto i robot possono lavorare in ambienti difficili senza problemi. Ad esempio, i robot utilizzati in impianti di stoccaggio dello champagne a differenza degli operai possono muoversi anche in assenza di luce e operare senza rischiare di danneggiare il prodotto. Ci sono però anche aspetti positivi, ossia il fatto che l’automazione può aiutare l’uomo in lavori pericolosi e a rischio, come ad esempio quello del carrellista, evitando possibili incidenti anche mortali. Altri ambiti in cui si sta studiando l’uso dei robot sono l’assistenza agli anziani o la prevenzione di errori da parte dell’uomo anche nell’ambiente medico. Questo però può portare a problemi di tipo etico, in quanto in caso di incidente la colpa è dell’uomo o della macchina?

Quando si pensa alla robotica spesso si associa l’idea di intelligenza artificiale: lei cosa ne pensa?

La robotica è per sua natura multidisciplinare e si interseca con meccanica ed elettronica per lo sviluppo del “corpo” del robot, con il controllo per la pianificazione dei suoi movimenti, con le scienze umane per l’interazione con l’uomo, e certamente anche con l’informatica e l’Intelligenza Artificiale (I.A.) per agire e comportarsi in modo da simulare l’intelligenza. Tra i metodi di I.A. usati dai robot per l’apprendimento di tali comportamenti ci sono le rete neurali o gli algoritmi genetici e attraverso essi possiamo programmare comportamenti anche complessi, passando per processi più semplici. Un aspetto un po’ inquietante di questi metodi, però, è l’essere basati su una complessa organizzazione ed interazione interna dei dati (es. il valore dei pesi dei “neuroni” di una rete neurale ) che sfugge al controllo anche dello sviluppatore che ne fa uso. Un altro esempio è quello dei comportamenti emergenti dei robot, che non sono previsti dal programmatore, ma derivano dall’interazione dei comportamenti più semplici.

Vi abbiamo incuriosito?

Se volete saperne di più sulla robotica potete documentarvi qui:

http://rimlab.ce.unipr.it/Research.html

http://rimlab.ce.unipr.it/SickRobotDay2012.html

http://rimlab.ce.unipr.it/SickRobotDay2014.html

Rimanete sintonizzati sul sito di Scienzoom per altre novità del mondo scientifico!

Autori: Lorenzo Cantarelli, Leonardo Guglielmini, Andrea Mannarino e Gaia Sozzi

 

 

 

 

 

Miti da sfatare

Vi hanno mai detto di avere una memoria da pesce rosso? 
Ebbene, se pensate che abbiano una memoria di qualche secondo vi sbagliate: uno studio israeliano del 2009 ha dimostrato che i pesci rossi possono trattenere informazioni fino a 5 mesi! Ricordatelo la prossima volta che incontrerete una persona un po’ smemorata.

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Se volete aumentare le vostre capacità intellettive, ascoltare la musica classica potrebbe non essere la soluzione. Recentemente, infatti, si è scoperto che lo sviluppo di una maggior perspicacia è solamente temporaneo e svanisce in pochi minuti. Insomma, se volete un aiuto per una verifica di matematica sarà meglio darsi da fare e finirla in fretta!

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Braccio di Ferro non è certo così forte grazie agli spinaci: questa verdura, infatti, contiene molto meno ferro di quanto ne contengano le lenticchie o i tuorli d’uovo. Questa errata credenza risale alla fine dell’800 quando un ricercatore americano sbagliò a scrivere il numero di milligrammi di ferro contenuti nelle foglie di spinaci che da 3 diventarono 30.

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A chi non è mai capitato di trovare un uccellino caduto dal nido? Il dubbio è da sempre: la madre lo rifiuterà dopo il contatto umano? Ebbene, la maggior parte dei pennuti ha un olfatto poco sviluppato, dovuto ai piccoli nervi olfattivi: il pericolo di rifiuto è veramente limitato.

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E che dire dei girasoli? Quando sono in fase di gemmazione, seguono il corso del Sole lungo l’orizzonte. Ma quando sbocciano, il fiore rimane sempre rivolto verso Est, forse per difendere i semi dai raggi più caldi cui sarebbero esposti a sud e ad ovest, nelle giornate estive. Le foglie continuano invece il loro comportamento eliotropico, seguendo il Sole, come, tra l’altro, ogni pianta che si rispetti.

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Un piccolo Einstein non bravo in matematica? La scusa perfetta per un brutto voto! Ma purtroppo non è vero; Einstein infatti ha mostrato doti nettamente superiori ai suoi coetanei fin dalla tenera età di 12 anni quando dimostrò il teorema di Pitagora. Il “falso mito” è dovuto alla sua bocciatura ad un esame di ammissione in una scuola, questa solo perché si era presentato a una età inferiore a quella prevista.

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Mangiamo davvero 8 ragni vivi mentre dormiamo? Ovviamente no, il ragno, come ogni essere vivente cerca di sopravvivere e la bocca umana non è un habitat ideale! Inoltre i ragni per cacciare attuano il cosiddetto s it and wait, o vvero prepara la sua tela e aspetta che la sua preda vi rimanga incastrata. In realtà questa credenza nasce negli anni 90’, quando un giornalista, per testare la potenza della disinformazione in rete, la divulgò.

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Cercate la stella polare, ma non riuscite a capire quale sia la più luminosa tra le stelle che vedete? Ebbene, oltre a rendere la ricerca della stella più difficile di quanto sia in realtà, vi state avvalendo di una credenza popolare del tutto falsa. Polaris, infatti, rientra solo nella “top fifty” delle stelle più luminose del cielo notturno. Possiamo, però, concederle il primato fra le stelle che brillano di più vicino al polo nord celeste, il corrispettivo del polo nord sulla sfera celeste.

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Silvia Allegri, Silvia Mirabile, Emma Pignacca, Chiara Tognasso

Ricalibriamo la bussola!

Da studi sulla magnetosfera emerge che il campo magnetico terrestre si sta indebolendo; tra gli scenari possibili c’è una imminente inversione dei poli magnetici del nostro pianeta. Quali conseguenze potrebbe avere questo fenomeno sulla vita degli abitanti della Terra?

La Terra ha un campo magnetico. Questo campo energetico è simile a quello che genererebbe un magnete posto nel centro del nostro pianeta, con asse inclinato di 11,5° rispetto all’asse di rotazione terrestre. I poli magnetici terrestri, quindi, non coincidono con quelli geografici e non sono statici.

Il campo geomagnetico estende la propria influenza per centinaia di migliaia di chilometri nello spazio intorno alla Terra, generando uno scudo magnetico chiamato magnetosfera che, insieme all’atmosfera, svolge una funzione protettiva nei confronti delle particelle ionizzate emesse dal Sole (vento solare). L’interazione tra il vento solare e la magnetosfera produce numerosi effetti, come ad esempio l’aurora polare.

Il magnetismo terrestre ha una notevole importanza per la vita sulla Terra: grazie alla magnetosfera, la maggior parte dei raggi cosmici e di tutte le particelle cariche vengono deviate e non arrivano al suolo. Se queste particelle raggiungessero in massa la superficie causerebbero l’insorgenza di malattie gravi, come ad esempio i tumori alla pelle.

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Il campo magnetico terrestre subisce periodiche inversioni di polarità, in cui la posizione dei poli magnetici si inverte. Queste inversioni lasciano tracce nelle rocce e nell’orientamento dei minerali ferromagnetici contenuti nelle suddette.

Negli ultimi 76 milioni di anni i poli si sono invertiti almeno 171 volte!

L’ultima inversione si è verificata circa 786000 anni fa.

Attualmente, ci sono due ipotesi principali riguardo le modalità l’inversione dei poli magnetici terrestri: una sostiene che l’inversione debba avvenire in tempi molto dilatati (e perciò ritiene questo fenomeno di scarso interesse per l’uomo); l’altra, invece, asserisce che l’inversione debba avvenire in tempi brevi, circa un secolo.

All’interno di un’ampia investigazione scientifica, di importanza internazionale, sulle proprietà paleomagnetiche di rocce sedimentarie – che non provengono da territori distanti migliaia di chilometri dal nostro Paese, ma che sono state deposte sul fondo di un antico lago e ora affiorano in superficie nel bacino di Sulmona, in Abruzzo –  il Dottor Biagio Giaccio (a sinistra nella foto) ed altri ricercatori hanno fatto importanti scoperte sulla modalità di inversione del campo magnetico terrestre. Gli esperimenti sono stati eseguiti nei laboratori dell’INGV di Roma, nel Berkeley Geochronology Center in California ed in una delle sedi del CNRS in Francia.

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Lo studio ha evidenziato che l‘inversione del campo magnetico terrestre è un fenomeno che non avviene ad intervalli di tempo regolari, ma si completa in un lasso di tempo relativamente breve (meno di un secolo).

Si ipotizza inoltre che tra non molto si assisterà ad una inversione del campo magnetico. Questa teoria è avvalorata dal continuo studio della magnetosfera del nostro pianeta: il campo magnetico terrestre si sta indebolendo e ciò significa che qualcosa, a livello dei Poli, sta cambiando.

Abbiamo chiesto al  Dottor Biagio Giaccio di aiutarci a comprendere meglio questo complesso fenomeno e le sue possibili conseguenze. Ecco  i tratti più salienti dell’intervista che ci ha concesso.

Perché la ricerca è stata condotta proprio sul territorio di Sulmona?

La ricerca è stata condotta sulle rocce del Bacino di Sulmona poiché in questa zona si possono osservare rocce in affioramento di una certa antichità; inoltre il bacino è un bacino “tettonicamente” attivo, ovvero è soggetto a movimenti dovuti alle faglie che lo delimitano. Questi movimenti provocano il sollevamento di strati rocciosi ricchi di indicazioni sul campo magnetico terrestre. Studiando la datazione e il microcampo magnetico dei minerali presenti all’interno delle rocce sedimentarie del bacino, orientati in base al campo magnetico terrestre presente al momento della sedimentazione, è possibile studiare l’evoluzione del campo magnetico terrestre e i fenomeni associati alla sua inversione. Non sempre queste misurazioni sono di grande qualità; invece, in questo caso, i paleomagnetisti, ossia gli specialisti, si sono trovati davanti una bella occasione per studiare in grande dettaglio la dinamica dell’inversione. Un altro fatto che rende questa successione di rocce sedimentarie molto interessante, e diversa dalle altre, è la possibilità di datare con grande precisione le rocce che la costituiscono, e quindi determinare i tassi di sedimentazione di questi sedimenti carbonatici, perché al loro interno si rinvengono ceneri provenienti dall’attività esplosiva degli apparati vulcanici laziali, che contengono al loro interno dei cristalli ricchi di potassio che possono essere datati con il metodo radioisotopico del potassio-Argon e dell’argon40-Argon39 (geocronometri); questo ci dà una precisa indicazione dell’età dei sedimenti. Inoltre, i sedimenti lacustri di Sulmona si trovano in affioramenti molto estesi per cui, per studiarli, non è stato necessario effettuare carotaggi che, tra i parametri paleomagnetici, avrebbero consentito di studiare solo l’inclinazione magnetica. In affioramento è stato invece possibile studiare anche l’orientamento del campo attraverso la misurazione della declinazione magnetica, ossia l’angolo che forma il Nord magnetico rispetto al Nord geografico. Queste sono quindi le caratteristiche che ci hanno spinto a studiare proprio questo bacino.   

Come avviene il processo di datazione delle rocce?

Il processo di datazione delle rocce avviene grazie alla misurazione della percentuale di Potassio40 rispetto all’Argon40, elemento in cui decade. Esistono vari cronometri geologici ma in questo particolare contesto la scelta dell’elemento Argon come riferimento è stata pressoché obbligatoria, in parte dall’età molto avanzata delle rocce (tutti i metodi che sfruttano il decadimento di un elemento per datare una roccia hanno un limite che coincide con il tempo impiegato dall’elemento padre a decadere totalmente nell’elemento figlio, in questo caso rispettivamente Potassio ed Argon, con un tempo massimo di circa 1.3 miliardi di anni), in parte dall’ampia presenza di cristalli di Sanidino, minerale contenente Potassio.

Sono state individuate conseguenze dell’inversione avvenuta 786 mila anni fa sugli esseri viventi e sul pianeta? Quali potrebbero essere le conseguenze oggi, considerando tutti i progressi tecnologici raggiunti dall’uomo “moderno”?

Sugli effetti riguardanti vita ci sono stati vari studi a partire dagli anni ’80, uno degli effetti potenzialmente più dannosi sta nel fatto che la magnetosfera forma una specie di scudo in modo tale da protegge la terra da raggi cosmici e particelle cariche, soprattutto protoni elettroni che derivano in particolar modo dall’attività solare o dal cosmo in generale, e queste particelle dal punto di vista delle nostre infrastrutture moderne ,come è noto, possono creare danni anche significativi ai sistemi, per esempio, delle reti di telecomunicazione. Per quel che concerne la vita uno degli effetti più drammatici, secondo alcuni, è legato al fatto che in prossimità di un’inversione del campo magnetico terrestre è sempre associato un forte calo di intensità, questo favorisce la penetrazione delle particelle cariche e uno degli effetti più deleteri è che questo possa innescare una lunga serie di reazioni chimiche a livello dell’atmosfera che determina una diminuzione dello strato di ozono, e questo indebolito favorisce la penetrazione dei raggi ultravioletti che, è noto, sono fonte di una serie di malattie, ad esempio il cancro. C’è addirittura un lavoro molto recente che metterebbe in relazione l’estinzione dell’uomo di Neanderthal di 40000 anni fa con un picco marcato dell’intensità del campo magnetico di quello stesso periodo.

Ci sono riscontri di studi “simili” in altre parti del pianeta?

Questi studi sono in continuo progresso e sono eseguiti in varie parti del mondo, per esempio in alcuni sedimenti in Cina. Principalmente, però, queste ricerche sono condotte su lave o sedimenti marini; mentre i sedimenti marini non hanno “età assolute”, ma vengono datati in base a “modelli”, la datazione ottenuta a Sulmona è invece molto più rigorosa e “modellata”, quindi più “interessante” dal punto di vista della ricerca scientifica.

In futuro, si proverà a duplicare gli studi anche in altre zone dell’Appennino.

Quali sono le cause dell’inversione dei Poli Magnetici terrestri?

Nessuno conosce le reali cause di questo fenomeno: l’argomento è, ad oggi, oscuro. Esistono diverse teorie. A differenza del campo magnetico solare, che si inverte con una periodicità fissa, l’inversione dei poli magnetici terrestri è un fenomeno totalmente aperiodico. Esistono vari modelli e teorie, ma nulla di accettato universalmente. Il fenomeno è legato alle correnti elettriche che esistono all’interno del nucleo fluido della terra, che interagisce con la sua parte più interna, quella solida, entrambe formate da metalli.

Se mi recassi a Sulmona, potrei riconoscere visivamente le rocce adatte a questo studio (da “profano dell’argomento”)?

Nei territori circostanti Sulmona vi sono varie colline, coperte di sedimenti biancastri, meglio visibili dove le rocce sono “spaccate”. Questi sedimenti contengono alte percentuali di carbonato di calcio che deriva dalla produttività biologica di alghe che vivono all’interno del lago.

Le altre sedimentazioni sono composte invece da argilla. Dal punto di vista paleomagnetico non è possibile riconoscere visivamente le rocce utili allo studio: servono studi più specifici.

Inoltre, un solo minerale, tra i vari sedimenti, ha mantenuto la magnetizzazione originale ed utile allo studio: si tratta di una magnetite “autoctona” del luogo.

Generalmente, però, di fronte a questi sedimenti, si intuisce subito la loro importanza a livello scientifico: essi formano infatti successioni omogenee e “facilmente” studiabili.

Su questi stessi sedimenti si stanno conducendo altri studi, di tipo climatico.

Martino Cremona, Pier Palo Ferrari, Riccardo Rigoni, Francesco Visintin

Giardinaggio lunare

Gli uomini potranno mai vivere sulla Luna?
Potremmo trovare la chiave per rispondere a questa domanda in un prossimo futuro, in quanto la NASA, che già da tempo ha avviato una ricerca sugli sviluppi delle piante nello spazio, nel 2015 in collaborazione con l’equipe del Lunar Plant Growth Habitat invierà sulla Luna una serie di contenitori di 1KG dalla forma di barattoli da caffè con all’ interno semi di rape, basilico ed arabetta comune.

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Fonte immagine: http://rt.com/files/news/21/4e/40/00/nasa-2.jpg

Quest’ ultima, ovvero l’Arabidopsis thaliana, per gli “amici” arabetta, è una piccola pianta erbacea annuale o biennale. Essa non ha una particolare importanza in campo agronomico, ma viene spesso utilizzata in campo scientifico per le sue piccole dimensioni e per il ciclo di vita breve, caratteristiche importanti negli spazi e tempi ristretti tipici dei laboratori.

arabidopsis-thaliana6Fonte immagine: http://www.botanicalgarden.ubc.ca/potd/arabidopsis-thaliana6.jpg

Il progresso effettuato dalle piantine verrà monitorato tramite una serie di fotografie scattate ad intervalli regolari che verranno in seguito inviate sulla Terra per essere elaborate.

Ma quali sono gli obiettivi che si cerca di raggiungere?

L’esperimento mira a stabilire se le piante riescono a vivere nell’ambiente Lunare, sottoposto alle radiazioni solari e con una gravità ridotta ad un sesto rispetto a quella quella terrestre. Dall’analisi dei dati ricevuti esaminando il comportamento dei vegetali, sarà possibile scoprire qualcosa di più anche sulle possibilità di vita per l’uomo al di fuori dell’ambiente terrestre. Infatti se riuscissimo a far crescere delle piante in un ambiente finora considerato ostile, anche noi potremmo pensare di stabilirci lì.

Questo non è il primo tentativo di far crescere delle piante a gravità ridotta.

Negli anni ’70, durante la missione spaziale sovietica Salyut, i cosmonauti russi si limitarono a mandare in orbita vere e proprie serre spaziali.
In questo caso, invece, è stata scelta come location del progetto proprio la Luna, che sembra essere un habitat ideale per la raccolta di dati sia per la sua vicinanza che la sua geografia ben conosciuta.

La NASA per risparmiare sul lancio delle missioni future, tra cui questa, ha stipulato un contratto che prevede l’acquisto dei dati di volo spaziale di alcuni robot-sonde che verranno inviati sulla Luna tramite un concorso chiamato Lunar X-Prize Google, aperto solo ai privati. I ricercatori sperano così di trovare nuovi sistemi da impiegare, per esempio nel campo dell’aereodinamica o dei materiali di rivestimento, tagliando così i costi di costruzione e quelli dovuti all’elevatissimo consumo di propellente necessario per lasciare l’atmosfera ed entrare in orbita.

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Dagli esperimenti effettuati in condizioni di microgravità è emerso, però, che spesso le piante si sviluppano con alcune anomalie, come ad esempio le radici che non seguono l’abituale direzione verso il basso, tipica della crescita che avviene sulla Terra. Questo tipo di esperienze potrebbe aiutare a comprendere meglio lo sviluppo delle piante e magari quei germogli porteranno frutti anche per l’uomo.

Silvia Allegri, Alessandro Delmonte, Silvia Mirabile, Riccardo Pezzani, Marco Vincenzi

I vulcani islandesi

Ciao a tutti ! Qui è Scienzoom che vi parla.

La nostra rivista parla di Scienza e che rivista sarebbe senza un articolo sulla vulcanologia?!?

La vulcanologia, come saprete già, è la scienza che studia i processi e i fenomeni vulcanici con l’obiettivo di comprendere l’origine e il funzionamento dei vulcani e di analizzare i rischi e i pericoli per le popolazioni e le attività umane.

Quando si parla di eruzione vulcanica ci si riferisce alla fuoriuscita di materiali (solidi o liquidi) e di gas dal cratere principale di un vulcano oppure da dei crateri secondari. Questo fenomeno però è solo la parte finale di un processo che si suddivide in più fasi: all’inizio il magma, che si forma a grande profondità nella crosta terrestre, risale fino ad arrivare nella camera magmatica e lì ristagna; quando il magma si è accumulato fino a riempire la camera magmatica, inizia a risalire nel camino (condotto verticale che collega la camera al cratere principale); infine, il magma arriva al cratere e si verifica l’eruzione, che può essere più o meno violenta a seconda dei tipi di gas che fuoriescono insieme al magma.

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I vulcani sono studiati e classificati dai vulcanologi (gli scienziati che si occupano appunto dei vulcani attivi e non).

Esistono diversi tipi di vulcani e oggi vi parleremo di quelli che spesso fanno parlare di sé: quelli di tipo surtseyano (islandesi).

Ma prima cerchiamo di capire da quali elementi è formato un vulcano!

Innanzitutto è giusto specificare che quello che noi solitamente chiamiamo ”vulcano” è l’edificio vulcanico (costituito dal cono e dal cratere), il vulcano, infatti, comprende anche una struttura non visibile, interna alla crosta (comprendente la camera magmatica, serbatoio della lava e il camino). I materiali che fuoriescono dall’edificio vulcanico sono lava, cenere, lapilli, gas e vapore acqueo.

Un errore che comunemente si fa è quello di usare come sinonimi magma e lava, anche se le due cose in verità sono due sostanze un po’ diverse. All’interno della camera magmatica c’è un fuso viscoso: il magma. Durante un’eruzione vulcanica il magma che fuoriesce dal cratere prende il nome di lava.

Ma allora dov’è la differenza?

La differenza sta nel fatto che mentre il magma è una miscela di rocce fuse, vapore acqueo e gas tenuta insieme dalla grande pressione e temperatura presenti nella camera magmatica, la lava è un fuso che non ha più al suo interno i gas e il vapore acqueo perché questi ultimi si sono separati dal magma durante l’eruzione a causa della riduzione della pressione tra l’interno della camera magmatica e la superficie terrestre.

Dopo questa breve parentesi, avendo chiarito alcuni punti fondamentali, possiamo finalmente parlare di vulcanismo hawaiano e surtseyano (deriva dal nome dell’isola di Surtsey in Islanda, nata a causa di un’eruzione sul fondale oceanico).

Siamo in Islanda. Immaginatevi di essere in una terra desolata, completamente ricoperta dal ghiaccio e di guardare il cielo. Se siete “fortunati” potreste vedere una colonna di fumo nero e denso provenire da un altopiano ghiacciato: ecco, quel fumo è provocato dal Bardarbunga, il vulcano più attivo dell’isola (che per altro sta eruttando anche in questo periodo!).

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Il vulcanismo di questo vulcano, oltre a essere surtseyano (tipologia di vulcanismo esplosivo causato dal fatto che, durante l’eruzione, il magma entra a contatto con dell’acqua, che genera continue esplosioni e viene liberata una grande quantità di ceneri durante queste esplosioni) , è di tipo “fissurale” perché la lava fuoriesce non tanto da un solo cratere, ma piuttosto da una spaccatura del terreno che può essere lunga anche diversi chilometri. Al termine dell’eruzione la spaccatura viene riempita e nascosta dalla lava che si solidifica fino alla sua riapertura al successivo evento eruttivo.

Abbiamo voluto raccontarvi questo tipo di vulcanesimo perché i vulcani islandesi sono noto per i problemi che causano anche al traffico aereo e abbiamo pensato che potessero interessarvi!

Per ora è tutto! Speriamo di avervi interessato, spinto a leggere altri articoli o almeno divertito.

Lorenzo Casaroli, Pietro Cavalli, Gursimran Kaur, Riccardo Mussini, Lara Nerti