EBOLA: una vera apocalisse?

“Ogni volta che sento una notizia su Ebola, avverto un brivido lungo la schiena” racconta Peter Piot uno dei tre giovani ricercatori Belgi che nel 1976 ha analizzato per la prima volta il virus. Era il 29 settembre quando Peter viaggiò con provette di sangue infetto contenute in un thermos di plastica su un volo da Kinshasa, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), dove era scoppiato il primo focolaio dell’allora sconosciuto Ebola. L’aereo era diretto in Belgio, dove i tre ricercatori iniziarono l’analisi del sangue contenuto nelle provette. Unica precauzione un paio di guanti: nulla in confronto a tuta impermeabile, stivali, uniforme chirurgica, doppia maschera, cappuccio, occhiali, grembiule e doppio paio di guanti degli operatori sanitari di oggi.

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Fonte immagine: http://www.spiegel.de/international/world/bild-993111-753783.html

Dall’analisi venne fuori che si trattava di qualcosa di sconosciuto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ordinò quindi di inviare tutte le provette negli USA per valutare l’effettiva pericolosità del virus. I giovani ricercatori, però, non volendo farsi sfuggire l’opportunità di un successo nella ricerca, non inviarono subito tutte le provette. Questa scelta si rivelò un azzardo: una delle provette, infatti, si ruppe e solo allora, esaminando le cellule infette, scoprirono la gravità della minaccia.

Ebola, il cui nome deriva proprio dalla valle in cui è scoppiata la prima epidemia, è un microrganismo che ha la forma di un microscopico verme, tra i più lunghi studiati, e che appartiene alla famiglia dei Filoviridae. Finora, sono stati isolati cinque ceppi diversi del virus, di cui quattro sono letali per l’uomo.

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Fonte immagine: http://it.wikipedia.org/wiki/Virus_Ebola#mediaviewer/File:Ebola_virus_em.png

Il periodo d’incubazione del virus dura tra i 2 e i 21 giorni. All’inizio, la malattia si presenta come una normale influenza: dolori muscolari, forti mal di testa, vomito e diarrea. Dopo 10 giorni, i sintomi peggiorano rivelandosi una grave febbre emorragica, ossia un’infezione che comporta un’importante perdita di sangue da parte degli organi. La trasmissione avviene solo tra mammiferi, quando bocca, occhi o piccoli tagli entrano a contatto con fluidi corporei infetti come saliva, sudore, vomito, feci e sangue.

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Fonte immagine: http://www.spiegel.de/fotostrecke/photo-gallery-a-growing-epidemic-fotostrecke-119262.html

Sembra davvero incredibile che Peter Piot e i suoi colleghi non abbiano contratto la malattia ma ammalarsi non è così automatico.

Ebola è un parassita obbligato, ossia privo di vita autonoma e, pertanto, dipendendo dall’organismo ospite, sopravvive solo per breve tempo al di fuori delle cellule a contatto con Sole e aria. In caso di semplice contatto con la pelle sana acqua e sapone sono sufficienti a debellarlo.

Perché si parla di Ebola solo 38 anni dopo la sua effettiva scoperta?

Inizialmente si sono verificate epidemie in piccoli villaggi isolati dell’Africa, senza mai raggiungere le grandi città. Recentemente, però, la malattia si è diffusa anche in grandi centri di Guinea, Sierra Leone e Liberia, dove le reti di comunicazione permettono maggiore movimento e pertanto maggior diffusione.

Da 1300 morti negli ultimi 40 anni, siamo passati a circa 8000 casi di contagio, di cui 4000 morti, negli ultimi mesi.

Portatori sani del virus sono gli Pteropodidi , una famiglia di pipistrelli presenti in Africa comunemente noti come volpi volanti, o pipistrelli della frutta o rossetti. Anche in questo caso l’uomo ha le sue responsabilità: le numerose deforestazioni avvenute in questi territori hanno costretto le popolazioni autoctone che prima traevano nutrimento dai frutti della terra, a cibarsi di mammiferi come i pipistrelli infetti ma anche gorilla e scimpanzé entrati in contatto con il virus.

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 Fonte immagine: http://blog.thomsonreuters.com/index.php/ebola-virus-disease-graphic-of-the-day/

Volontari di vari paesi occidentali hanno risposto all’emergenza africana assistendo i malati con le dovute precauzioni, ma purtroppo a causa della difficile gestione delle misure di sicurezza alcuni di loro sono stati contagiati. L’Europa, finora, si è dimostrata in grado di fronteggiare queste situazioni critiche, impedendo la diffusione incontrollata del virus.

Esiste però una cura? Al momento, non esistono ancora farmaci specifici per cui ci si è limitati a una gestione dei sintomi somministrando liquidi ed elettroliti attraverso flebo, mantenendo stabile lo stato di ossigenazione e pressione sanguigna del paziente e trattando eventuali sovra-infezioni. Il vaccino per Ebola ad oggi non è ancora stato realizzato, però sono stati fatti passi in avanti con le possibili cure. Ad esempio, è stato testato un farmaco sperimentale, il Zmapp, un cocktail di anticorpi che potrebbe essere stato decisivo per la guarigione dei due pazienti americani che lo hanno assunto, anche se altri test devono ancora essere effettuati. Un altro passo avanti è costituito dal vaccino creato in Italia che utilizza un comune virus del raffreddore degli scimpanzè; testato negli USA su venti volontari tra i 18 e i 50 anni, ha avuto riscontri positivi: solo due si sono ammalati, ma si è trattato di una semplice e breve influenza.

 

Il 24 novembre scorso è stato ricoverato all’ospedale Spallanzani di Roma il primo caso di Ebola che ha colpito un italiano. Il medico cinquantenne siciliano, volontario di Emergency, è stato trasportato con un mezzo militare dalla Sierra Leone con misure di massima sicurezza. Il paziente negli ultimi giorni ha presentato difficoltà respiratorie ed è quindi passato ad una respirazione assistita. Inoltre gli è stato somministrato un nuovo farmaco che mira a risolvere i gravi problemi intestinali che questa infezione comporta. Per fortuna, la sua risposta è stata positiva, infatti dopo poco tempo è tornato a respirare autonomamente.

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Fonte immagine:  http://www.repubblica.it/salute/2014/11/29/news/ebola_il_medico_emergency_in_peggioramento-101704257/

Alla luce dei recenti avvenimenti ci rendiamo conto del grave pericolo scampato tanti anni fa. E se gli incauti ricercatori avessero contratto il virus? E se questo avesse portato allo scoppio di un’epidemia anche in Europa? Saremmo stati in grado di fronteggiare una catastrofe di tale portata?

Oggi ne sappiamo di più e grazie a tecniche all’avanguardia sappiamo come proteggerci dal pericolo immediato, ma una cosa è certa: cercare di capire ciò che sta accadendo è l’arma migliore per fronteggiare il virus e combattere la paura. Con questo articolo speriamo di aver dato anche noi un piccolo contributo.

 

Marta Crivellari, Emma Pignacca, Francesca Rossi, Chiara Tognasso, Francesca Valesi

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